Autore Topic: Condividendo la password di Netflix si rischierà una denuncia  (Letto 213 volte)

amarhantus

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Presentata a Las Vegas una nuova piattaforma britannica che sfrutta il machine learning per aiutare i servizi di streaming video e musicale a individuare gli utenti che condividono con amici, famiglia o estranei le proprie credenziali. Anche per Spotify potrebbe essere la fine dell'accesso condiviso


È IL segreto di Pulcinella: le password per i servizi di streaming online audio o video possono essere usate da più utenti. Addirittura esistono piattaforme, come la startup romana TogetherPrice, che consentono di acquistarle già in origine in condivisione, pagando pochissimi euro al mese fra sconosciuti che così, pur limitando il proprio accesso a un solo dispositivo, ammortizzano la spesa. Qualche esempio? Al momento in cui scriviamo c’è un utente che offre un abbonamento a Infinity Tv, il servizio di Mediaset, a 2,74 euro al mese, un altro a Tim Vision per 1,99 al mese, uno che ha ancora un posto libero per Spotify a 3,49 al mese e un altro che offre Netflix a 4,49 ogni 30 giorni.
 
Le società ne sono al corrente ma fanno orecchie da mercante. Qualche tempo fa una rappresentante di Spotity ci disse addirittura di non saperne nulla, evidentemente fingendo: forse perdono qualche abbonamento ma, almeno questa era la linea fino a ieri, massimizzano e moltiplicano l’audience. Funziona così per Netflix, Spotify, Apple Music, Xbox Live, Google Play Music e per le licenze dei software come Microsoft Office 365. Spesso, senza neanche questa volontà di condivisione scientifica, si offre semplicemente l’accesso a partner o amici. D’altronde Netflix concede l’uso della piattaforma a quattro dispositivi in simultanea per la formula più costosa dell’abbonamento, quella Premium con qualità Hd o UltraHd da 13,99 euro al mese. E Spotify, invece, assicura un piano famiglia – Premium for Family – a 14,99 euro per sei diverse utenze.
 
Adesso la pacchia potrebbe finire. Ammesso, come si diceva, che le società intendano davvero rinunciare a un’audience tanto diffusa che solidifica il loro brand e fa circolare di più i contenuti (specialmente quelli originali) su cui hanno investito miliardi di dollari. Una società britannica, Synamedia, ha infatti presentato al Ces in corso a Las Vegas un nuovo sistema che sfrutta le potenzialità del machine learning per individuare le password condivise, utili ad accedere a queste piattaforme. Il caso si applicherebbe dunque in particolare a Netflix, dove tutti entrano con una sola password, più che a Spotify.
 
Funziona così: la piattaforma di streaming diventa cliente del sito di Synamedia, che analizza i dati da tutti i suoi utenti. Mettendo sotto la lente un gran numero di fattori. Per esempio, da dove si accede a un account, a che ora viene usato, che genere di contenuti vengono fruiti e attraverso quale dispositivo e così via. Poi mette insieme i big data in una serie di pattern, cioè schemi e abitudini d’uso di un certo account e dei suoi accessi multipli, evidenziando quelli che secondo il sistema potrebbero indicare la presenza di password condivise, fornendo alla piattaforma cliente, cioè Netflix, Hbo o altre, un punteggio di probabilità. Starà poi alla società prendere i provvedimenti del caso, per esempio allertare l’utente. Anche se non è chiaro in che modo quest’ultimo potrebbe provare al fornitore che i suoi diversi accessi siano effettivamente utilizzati in modo personale e non condiviso.
 
“Uno schema tipico sarebbe quello di un abbonato che sta guardando nello stesso tempo contenuti sulla costa Est e Ovest degli Stati Uniti – ha spiegato un manager del gruppo britannico al sito The Verge – non può essere la stessa persona”. Se la probabilità di una frode da parte del cliente è molto alta, per esempio nel caso in cui le credenziali siano state vendute online o condivise attraverso servizi come TogetherPrice, il servizio potrebbe scegliere di sospendere l’account. Ma l’approccio più probabile – si pensi per esempio al caso di un account condiviso fra un genitore e un figlio che abita fuori casa – potrebbe essere quello della persuasione. Con una serie di comunicazioni per spingere a limitare la condivisione o passare a un account più costoso ma che consenta più utenze, come lo Spotify for Family.
 
L’aspetto interessante è che le abitudini cambiano nel tempo. E le persone si spostano e viaggiano. Per questo servono strumenti di intelligenza artificiale che siano in grado di mutare per esempio coi gusti degli utenti, evitando falsi positivi e capendo se e come un account è davvero condiviso in modo eccessivo. Fuori, per così dire, dal margine di tolleranza dei gruppi che dagli abbonamenti devono pur sempre ricavarci i loro profitti. Netflix dichiara per esempio 137 milioni di abbonati, Spotify 200 milioni in tutto il mondo (ma solo 87 paganti, gli altri si sorbiscono pubblicità, interruzioni e qualità inferiore della musica) e Apple Music una cinquantina di milioni (tutti paganti, non esiste una versione freemium).
 
I dati di Synamedia fanno ovviamente saltare fuori altri elementi interessanti. Per esempio il fatto che i campus universitari – ma negli Stati Uniti ci si alloggia anche negli atenei, in Italia molto meno – tendano a costituire aree di massimo picco di condivisione. Ciononostante, a parte l’approccio poco severo delle piattaforme, il manager del gruppo ha spiegato che l’aumento della domanda dei loro servizi sta a significare che il mercato dello streaming video stia viaggiando verso la maturazione.
 
Cosa significa? Semplice: mentre al lancio del servizio – Netflix è sbarcata in Italia nel 2015 ma era attiva negli Usa dal 2008 – l’interesse a intervenire su un simile fenomeno era molto basso, visto che costituiva un modo organico e naturale per diffondere il servizio, farlo conoscere e apprezzare convincendo anche molte persone a sottoscrivere un proprio abbonamento, col trascorrere degli anni la pirateria delle password può iniziare a pesare sui conti. Va bene fare costume, tendenza, immagine. Ma i ricavi viaggiano anche e soprattutto con gli abbonamenti. Al momento il nuovo sistema del gruppo, battezzato Credentials Sharing Insight – è in fase di test da una serie di società, anche se non è noto quali. Ma già diversi colossi, da Comcast a Disney fino a Sky, ora controllata dalla stessa Comcast, sfruttano i servizi di intelligenza artificiale.


Fonte: REPUBBLICA

Post unito: [time]<strong>Oggi</strong> alle 16:49:04[/time]
Aggiungo io: poi si sorprendono perché la gente continua a salpare nei torrenti con il Jolly Roger issato...
« Ultima modifica: 11 January 2019, 16:49:25 da amarhantus »

aDifferentKindOfCop

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Re: Condividendo la password di Netflix si rischierà una denuncia
« Risposta #1 il: 14 January 2019, 20:26:33 »
Vabbè machine learning... non basta fare posizione IP 1 meno posizione IP 2 e se la distanza supera il normale spostamento umano lo chiudi.
Scanzi (!)... fa articoli che sembrano post tuoi scritti meglio

martyinthesky89

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  •            myITASA Affinita
Re: Condividendo la password di Netflix si rischierà una denuncia
« Risposta #2 il: 14 January 2019, 22:57:54 »
Che cazzo me ne faccio di guardare da 3 dispositivi diversi contemporaneamente SE NON che condivido l'account con qualcuno?
Due che stanno insieme e convivono magari, devono farsi ognuno il suo account personalizzato?

Lo sanno che utorrent è sempre là, vero?
You put too much stock in human intelligence, it doesn't annihilate human nature.

aDifferentKindOfCop

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  •            myITASA Affinita
Re: Condividendo la password di Netflix si rischierà una denuncia
« Risposta #3 il: 15 January 2019, 11:07:43 »
Utorrent è stato venduto per 2 fantastiliardi e ora ti installa adware nel computer  :look:
Scanzi (!)... fa articoli che sembrano post tuoi scritti meglio