Ciao, sono un lettore di Dylan da sempre (dal n. 4 originale per essere precisi) e di Dylan ho visto ricchezze e miserie. Purtroppo il problema è sempre quello: se non vi sono scrittori del rango di Sclavi (ed è difficile esserlo) il fumetto perde parecchio.
Sclavi ebbe l'idea (originale per la Bonelli) di inserire una lunghissima sottotrama nelle sue storie, quella del mistero del passato e del rapporto coi genitori. Sottotrama che chiuse (quasi) definitivamente col n. 100. Dopo di lui nessuno si arrischiò ad inserire altre sottotrame a lunga gittata fino all'arrivo di Paola Barbato. Lei riuscì a raccogliere le briciole lasciate da Scavi ed ad intessere una nuova sottotrama sul passato di Dylan, chiusa definitivamente anche questa dopo il dittico su Xabaras nei nn. 241/242. Dopo di lei il nulla tranne le storie di uno Sclavi ripresosi per poco dalla depressione che lo affligge con le storie che segnano il passo (Ucrònia sembra un patchwork di idee lasciate nel cassetto, Marty e L'assasino è tra noi sono citazioni evidenti di film, Ascensore per l'inferno è uno stupendo omaggio a Dylan).
Ora spero in Giovanni di Gregorio, leva emergente nel panorama italiano, che ha scritto la metafumettistica La stanza n. 63.
Il problema di Dylan Dog è il problema che affligge il 90% del panorama del fumetto italiano mainstream.
In Italia ha aperto le danze il buon Bonelli, che però alla lunga ha letteralmente rovinato la tradizione italiana: introducendo la serialità "infinita",
senza presenza di "continuity" (concetto invece fondamentale nel fumetto americano in primis e giapponese), alla lunga tutti i fumetti si ripiegano su se stessi. E vanno avanti solo perché magari hanno un pubblico affezionato che li compra un po' per collezione,
un po' perché sperano nel miracolo.
Ma obiettivamente, Dylan e la quasi totalità dei fumetti Bonelli non ha più nulla da dire. Non ha più nulla da dire perché non c'è una storia dietro. E' vero, se non metti una trama di fondo da portare avanti il prodotto dura di più (leggi: lo puoi vendere più a lungo). Ma muore in una lenta agonia per mancanza di spunti.
Uno dei primi a tentare un minimo di continuity in un fumetto italiano è stato
Ade Capone con il suo Lazarus Ledd. E ora viene assicurata una lunga e, se non esaltante, almeno interessante vita, a
John Doe, che, come un telefilm, va a stagioni ed ogni stagione ha la sua continuity.
Secondo me è quella la direzione da prendere. Ma ormai per i prodotti Bonelli è tardi. A meno di un mega-reset. Quindi chi ha il coraggio si gusterà la lenta ed inesorabile deriva del suo personaggio preferito, per sempre legato alla 'autoconclusività' delle 94 tavole, bianco e nero, senza storia e, ormai, non molto più da dire.
Spero non sia troppo OT questo post.
Ps. Bella 'La stanza n. 63', ma non credo ai miracoli...
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