Puntata che fa il paio con la precedente per mancanza di adrenalina e costruzione della trama: io non sono contrario a prescindere contro le puntate verticali. Esistono numerosi episodi autoconclusivi di altrettante serie che conservano il loro fascino e sanno dare brividi agli spettatori proprio per l'interazione che si crea con i personaggi.
In questo episodio, tutto è focalizzato sulla Madsen, che, pur essendo protagonista, finora, ha dimostrato ben poca verve per catalizzare l'attenzione su di sé. Basta che un Soto parli, ad esempio, e tutto il mio interesse si concentra su Jorge Garcia, ma anche lo stesso Hauser/Sam Neill ha più piglio rispetto a Rebecca. E questo ha danneggiato la struttura dell'episodio, che, come nelle precedenti puntate, propone una risoluzione troppo affrettata del caso settimanale...e ancora una volta pongo il dilemma: ma come mai la Madsen prende il tutto come se la normalità più completa? Detenuti spariti nel nulla e riapparsi senza essere invecchiati di un anno e lei non si pone neppure una domanda?
Trovo che i flashback siano la parte più interessante della serie: in questo caso, mi è piaciuto il dialogo da cella a cella tra Sweeney e il protetto che ha colto l'occasione per colpirlo nel punto più debole.
Almeno hanno già dato la risposta all'utilizzo delle chiavi, lanciando subito un altro quesito su che cosa ci sia SOTTO Alcatraz. E questo lasciare spiragli a fine puntata, mi permette di acquistare un briciolo di fiducia in più per il futuro, anche se Alcatraz sta correndo sul filo del rasoio e presto dovrà aumentare la propria intensità, onde evitare di cadere nel baratro.